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PER MASSIMO AMBROSINI

Per Massimo Ambrosini

La notizia che nessuno voleva sentire giunge tagliente in sala professori. La annuncia con pudore la voce dolce e dolente di un’amica: “ Ma lo sapete che Massimo Ambrosini è morto?” 

Sì, il collega schivo che fino a pochi mesi fa incontravamo quotidianamente nei corridoi e nelle aule, che aveva curato e continuava ad aggiornare, grazie alle sue conoscenze informatiche, il sito del Virgilio, che amava tanto viaggiare, ora, dopo una breve ma devastante malattia, ha intrapreso l’ultimo suo viaggio verso la pace di quel calmo lago che aveva scelto come sua dimora.

Noi restiamo, davanti alla morte, attoniti. Non ci sono parole. L’inesorabile ci sovrasta, tanto più quando ci lascia un collega – per alcuni un amico – ancora giovane e nel fiore della sua vita professionale e umana. 

Lo vogliamo salutare con questi versi di Cesare Pavese. 

L’amico che dorme

Che diremo stanotte all’amico che dorme?

La parola più tenue ci sale alle labbra

dalla pena più atroce. Guarderemo l’amico,

le sue inutili labbra che non dicono nulla,

parleremo sommesso.

La notte avrà il volto

dell’antico dolore che riemerge ogni sera

impassibile e vivo. Il remoto silenzio

soffrirà come un’anima, muto, nel buio.

Parleremo alla notte che fiata sommessa.

 

Udiremo gli istanti stillare nel buio

al di là delle cose, nell’ansia dell’alba,

che verrà d’improvviso incidendo le cose

contro il morto silenzio. L’inutile luce

svelerà il volto assorto del giorno. Gli istanti

taceranno. E le cose parleranno sommesso.

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